Tuesday, 17 September 2019

VENTUNO

Mentre Tar si è allontanato, Rob e Suzi vengono invitati a seguire alcuni militari Berìdek che li conducono per un passaggio sotterraneo senza fornire spiegazioni. 
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L'Haute e i gli altri tre che erano con lui avevano una divisa color sabbia con finiture mostarda. Berìdak, quasi sicuramente.
– Siete pregati seguire noi. – Disse l'ufficiale con un volume di voce doppio del necessario.
– Chi siete? Chi vi manda? – Rob si avvicinò all'haute: – Perché cazzo dobbiamo sempre ubbidire ai vostri ordini?
L'ufficiale aggrottò le sopracciglia: – Furtid-ghan. Perrfavorre, giusto così?
Rob si bloccò, – Sì, certo. Giusto così. Ma manca Tar, non possiamo andare via proprio adesso.
– No probblema. Noi chiamiamo lui dopo. Siete pregati di seguire noi, ora.
Rob e Suzi si scambiarono un'occhiata, lei si strinse nelle spalle e seguirono i versefan.
Camminarono per un centinaio di metri, poi presero per un corridoio stretto la cui illuminazione si accese non appena furono entrati. «Di qua», disse pletoricamente l'haute berìdak mentre procedevano in fila indiana seguendo la lunga teoria di luci azzurre. Passarono di fronte ad alcune porte sbarrate, superarono passaggi e salirono lunghe scalinate sospese in alto su aree buie e silenziose della base. Né Rob né Suzi avevano voglia di parlare. Procedevano silenziosamente dietro l'ufficiale, alle spalle i soldati, sopra di loro le onnipresenti luci. Il loro cammino sembrava terminare su una piattaforma sospesa, dalla quale partivano una serie di ulteriori condotti. Un'alta rete metallica correva intorno a loro, impedendogli di cadere in basso, verso le luci accese parecchi metri sotto di loro.
– Siamo saliti così tanto? – Afferrò Suzi per il gomito: – Hai visto? – Si trovavano in una zona aperta del passaggio, debolmente illuminata dalle luci sopra e sotto di loro, un passaggio che a Rob sembrava un gigantesco sottopalco. Probabilmente era soltanto un punto di snodo tra i camminamenti che correvano nella roccia.
Suzi annuì – Già. Che accidenti stiamo aspettando? – Si voltò verso l'ufficiale: – Dove dobbiamo andare?
Il Berìdak sembrava inquieto. Forse doveva ricevere un segnale che non arrivava o non aveva ricevuto ulteriori ordini. Guardò Suzi, si fece ripetere la domanda, fece un segnale rapido con la mano, qualcosa che per loro umani non significava nulla ed estrasse da una tasca un oggetto piatto, illuminato di un paio di spie verdi che poteva essere un segnalatore o un ricevitore. Lo attivò e vi bofonchiò qualcosa. Venne una risposta, qualcosa che né Suzi né Rob riuscirono a capire. – Che cos'è, che cosa dicono? – chiese lui.
L'ufficiale ripeté ciò che veniva dal trasmettitore: – Empu reatog! Empu reatog!
– Non capisco, cristo. Ma perchè non sono venuti i Bord?... Hai capito? Non so che diavolo dici. Che accidenti signific...


L'esplosione li colse completamente di sorpresa. Sobbalzarono violentemente e si sentirono tirare con forza verso il basso. Il pavimento sotto di loro si inclinò e Rob vide i due soldati dietro di lui scivolare giù senza un lamento e cadere per metri e metri fino a scomparire nel buio. – Checcazz... – Un cigolio metallico, un altro scatto e la piattaforma si piegò ancora, oscillando. Si tenne disperatamente alla rete di protezione mentre l'haute cadeva, tuttora aggrappato alla sua radio che non smetteva di gracchiare.
Rob e Suzi erano ancora vivi, ma non per molto. Come il terzo soldato si reggevano con le mani alla rete di protezione che oscillava pazzamente.
– Guarda... – Ansimò Rob, – Gli anelli... stanno cedendo. – Indicò con il capo il bordo della piattaforma sospesa, – Sono gli anelli a reggerci... Sono danneggiati...
Suzi fissò la serie di ganci che sorreggevano loro due e il soldato sopravvissuto. Correvano sul margine inferiore, lungo il perimetro circolare della piattaforma, ognuno di loro agganciato a un cavo metallico. L'esplosione o ciò che li aveva colpiti aveva separato la piattaforma da buona parte dei cavi facendola inclinare. Una parte era ancora collegata alle pareti dagli anelli, ma questi erano ora sotto la tensione dei cavi ancora agganciati e, uno dopo l'altro, si aprivano e cedevano.
– Bisogna arrivare a uno dei corridoi, – Urlò Suzi, – Lì, di fianco.
Rob, reggendosi con le mani, annuì mentre lei indicava il passaggio anche all'unico dei soldati ancora vivo.
– Vai prima tu! – Gridò Rob, – Vai, vai!
Suzi ebbe un rapido gesto di diniego. – No, tu sei più vicino. Vai e taci.
Rob annuì e cominciò lentamente a spostarsi di fianco, sostenendo buona parte del corpo con la presa delle dita. Avrebbe potuto resistere per qualche minuto, non di più. La piattaforma sotto di lui oscillava più forte quando gli anelli si aprivano producendo uno scatto secco. Un passo, un altro. L'apertura era quasi davanti a lui. Sarebbe riuscito a entrare soltanto con una spinta dei piedi, ma questo era decisamente pericoloso per gli altri due. Si voltò.
– Datti la spinta, ci tirerai sù tu! – urlò Suzi, – non aspettare.
Decise di non pensarci. Poggiò i piedi a terra e si spinse verso l'apertura. Si afferrò al bordo del passaggio e si tirò sù mentre dalla piattaforma veniva una litania di cigolii e schianti.
Si arrampicò fino oltre la vita e si voltò. Suzi e il soldato lo guardarono in silenzio, aggrappati alla rete di protezione.
– Vieni, Suzi. – Urlò lui, – Vieni qui! E tu, soldato vieni subito dopo di lei? Chiaro?
Annuirono insieme, come due burattini manovrati dallo stesso burattinaio. La luce azzurra rendeva i loro lineamenti più nitidi e precisi, quasi si trovassero in un disegno o in un cartoon. – Venite, ora!
Procedevano lentamente, mentre la piattaforma oscillava lentamente trattenuta alla rete da pochi anelli, visibilmente deformati. – Veloce, veloce, presto! – Sussurrò ai due sdraiandosi a terra nel corridoio e spingendo fuori le braccia, pronto ad afferrarli. Suzi scosse la testa: – Sempre... così... sempre far presto... – Spostò la mano dall'ultima sezione della rete e si afferrò al braccio di Rob: – Sempre... di corsa. – Lui l'afferrò e la tirò dentro il condotto mentre lei mormorava qualcosa a bassa voce. Rob non si preoccupò di capire cosa stava dicendo lei e la spinse dentro, poi si sporse ad afferrare il versefan. Tirarlo su fu tutt'altro che facile, dal momento che a occhio e croce doveva pesare il doppio di Suzi. Oscillarono a lungo, allacciati come equilibristi sul trapezio e Rob sarebbe probabilmente scivolato fuori se Suzi, alle sue spalle, non l'avesse trattenuto. Con un lungo e stridente lamento finale la piattaforma si staccò dalla rete di protezione mentre il soldato berìdak riusciva a scivolare nel condotto. Rob lo tirò dentro con un ultimo sforzo disperato e si gettò contro la parete ansimando, con la sensazione di aver definitivamente perduto l'uso delle braccia. 

 
– Tutto... bene? – Mugolò. Il soldato emise un verso di gola mentre indicava un punto dietro di loro.
– Cosa? – Borbottò Rob, mentre Suzi e il soldato lo afferravano. Passò una manciata di secondi poi il condotto, non più trattenuto dai cavi che sostenevano la piattaforma, si inclinò di scatto in basso. Riuscirono a infilarsi dentro il passaggio nella roccia per una frazione di secondo mentre alle loro spalle il punto di passaggio crollava lasciando soltanto un caos di funi metalliche spezzate che saltavano via, frustando con detonazioni nette e roventi le pareti rocciose.
Percorsero affannosamente un centinaio di passi, illuminati dall'immancabile serie di luci azzurre. Giunsero a un bivio, dove il condotto si allargava. Di comune accordo si lasciarono scivolare a terra, troppo stanchi per riflettere se era o no il caso.
– Azz... sarà finita adesso? – Urlò Suzi, – ... Eh? Sarà finita?
Il soldato berìdak fece un gesto con entrambe le mani ben aperte, come a chiudere un coperchio: – Tha, Dama.
Rob rise, ancora stordito per l'inatteso salvataggio: – Sì dama delle mie dame... In fondo sei l'unica femmina feconda che hanno la possibilità di conoscere... Una regina, più che una dama!
Suzi scosse la testa e respirò forte: – Sta' zitto, Rob. Qualcuno ha un'idea di che cazzo è accaduto?
– Una bomba, non è evidente? I kielet. Sono dappertutto. – Si voltò verso il soldato, seduto accanto a lui e ripetè forte: – Kielet! Kielet!
Il soldato sorrise o qualcosa del genere e ripetè: – Kiel'het. Tha, kiel'het.
– Oh, cribbio. E come diavolo facciamo... – Il soldato berìdak lo guardava con un'espressione incomprensibile, con quella specie di sorriso o qualcosa del genere che poteva significare qualsiasi cosa.
– Sono stati i kielet? I KKKiel'et, come li chiami tu?
Il soldato ripetè – Kiel'het – e aggiunse: – Fta'hk lois-den. U'fta'hk lois.
Oddio, e come parla questo? Io...
– Cuccia, Rob. Il nostro uomo non parla la lingua di Bord Dratme.
– Bene, e allora? Già noi non sappiamo la lingua di Dratme e delle sue sorelle, come ci arrangiamo eh?
Si interruppe perché Suzi stava lentamente gesticolando indicando prima un viaggio o qualcosa del genere, poi un'esplosione, poi qualcos'altro e... Il soldato la seguiva attento, sulla faccia quell'espressione un po' assurda. Suzi indicò qualcosa sotto di loro e chiese: – Veder Berìdak?
Il soldato esitò soltanto per un istante poi ripetè il gesto di Suzi e disse: – Veeder Berìda'k toha'neft. – Alzò un braccio e indicò il proseguimento del cunicolo: – Berìda'k toha. Tha, dama?


– Tha. – Approvò Suzi, poi, rivolta a Rob: – Qui non sa dove siamo, pensa che Casa Berìdak sia davanti a noi e non qui, ma non può esserne certo.
– E tu hai capito tutto da quattro parole?
– No, ma si tratta di ipotesi credibili. I Berìdak usano molte elisioni e abbreviazioni. Sono a un po' a metà tra le case orientali e i kielet.
– E tu come diavolo fai a saperlo, Siù? Fino a un mese fa nemmeno sapevi che esistessero, i kielet.
Lei si strinse nelle spalle: – Ho letto, mi sono informata. Sulla nave c'è una biblioteca, parecchi libri sui kielet e lavagne... come le hai chiamate? Vabbé, non le hai chiamate. Comunque è possibile visionare immagini e sentire parole. Un rotrano mi ha aiutato... Ho visto i kielet, e li ho sentiti parlare, io. Ma tu preferivi stare sul ponte a prenderti il mare in faccia.
– Io e Tar preferivamo... beh, poi nessuno ci ha mai detto che avremmo dovuto imparare qualcosa, o che avremmo dovuto studiare da subcromantici. In tutti i casi: dove andiamo, ora, dal momento che ci hanno tagliato la strada alle spalle? E dove arriveremo procedendo di qua? Questo l'hai capito?
– No, Rob. Non l'ho capito. E temo che anche il nostro berìdak – Indicò con un cenno del capo il soldato, seduto con gli occhi socchiusi – non ne sappia nulla. Possiamo tornare indietro e metterci a gridare «aiuto», ma temo che non servirebbe a nulla. Possiamo procedere, sperando di imbroccare la strada giusta o controllare se esistono segnali o qualcosa del genere che ci permettano di comprendere dove siamo.
Rob guardò la parete davanti a loro, probabilmente grigia ma virata dalla luce a un azzurro freddo e sporco: – Vorresti capire qualcosa guardando queste pareti? Se sono state scavate un milione di anni fa è improbabile che conservino qualche traccia... traccia di che cosa, poi? Del pianeta d'origine dei visitatori?
Suzi annuì, serrando le mascelle: – Già. Ancora due minuti e poi partiamo. Va bene?
– Ma sì, non ho intenzione di morire qui.
Tha. – Mormorò il versefan. – Tha, dama. – ripetè un attimo dopo, con una curiosa smorfia, forse un sorriso.

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VENTITRÉ

  Tar è ritornato per raccogliere qualcosa per il suo viaggio. Non ha una direzione, se non qualcosa di vago ma ha intenzione di fuggir...